Matteo Martini

Il falegname dei pesci

 

Si trovava in una piccola via del centro, tra chi rammendava tappeti e chi accontentava con poco la solitudine di vite che si sciolgono lentamente come cera scaldata da una debole fiamma. Era un budello di cinque o sei metri, senza insegna o un cartello anche scritto a mano che indicasse il genere di esercizio, l’eventuale merce in vendita, i prezzi. Niente di tutto questo, sembrava quasi che fosse aperto per sbaglio o che forse, quel posto, era solo un deposito che non contemplava affatto il commercio al dettaglio. Invece no, era proprio un negozio aperto al pubblico. Non era invitante entrarci, oltre al gelo che emanavano i congelatori, si provava disagio per l’assenza di colori, ad esclusione di quei verdolini spenti delle muffe fiorite sui muri. Il banco d’acciaio sembrava una superficie repellente a qualsiasi tragedia, una volta ripulito appariva con la sua luce implacabile di sempre e così anche le piastrelle sbreccate, che ricoprivano per la parte inferiore i muri del locale. Al di là del banco, un uomo baffuto e imbacuccato attendeva immobile come i suoi pesci congelati appena morti da chissà quanto tempo. Sopra il cappotto, un grembiule di spessa gomma nera lo proteggeva dai trucioli di polpa grassa che schizzavano ogni volta che segava un pesce. La coppola era così ben calzata sul capo, che immaginavo il calco sui suoi capelli prima di andare a letto come un segno indelebile del suo immutabile aspetto. “Mi sega un pezzo di quello?”, la sega circolare modulava lo strazio anatomico di quei corpi ibernati, si riconosceva il suono della lama che affondava nella polpa e all’improvviso trovava un ostacolo e il suono si assottigliava diventava più acuto, come un urlo in un sogno soffocato tra l’inconscio e il mondo reale. Il risultato finale erano dei cubi perfetti, la forma originaria si era trasformata, e quella solida forma geometrica negava una storia di migrazioni sinuose, di virtuosi scivolamenti, di pura libertà. I pesci più piccoli venivano graziati,  semplicemente perché non c’era bisogno di tagliarli, l’uomo li prendeva in mano e con le pinze gli spezzava le spine dorsali, timoni in avaria diventati scomode escrescenze, impurità inutili e pericolose. Si tornava a casa con quella strana tristezza di chi assapora una zuppa di pesce a tremila metri di altezza.

Questo non è un sasso

 

Ci sono luoghi dove non è necessario tornare di tanto in tanto per vedere se sono ancora li, se sono cambiati, e se si, di meravigliarsi pensando come erano rimasti nella memoria. Basta vederli una volta per entrarci dentro. Non sono luoghi degni di nota, la loro bellezza è nascosta dall'uniformità apparente di un immagine precostituita che ha poco a che fare con la loro reale conformazione, con la loro essenza. Non hanno una ubicazione precisa perché si possono trovare ovunque, ma spesso si cercano dove si pensa che nessuno sia passato di li . Si possono trovare solo se ci si spoglia della certezza che tutte le cose esistono perché le vediamo. Se sto camminando e guardando per terra dico: "questo è un sasso", quello che ho visto non esiste più, diventa come miliardi di altri sassi, ma i sassi non sono uguali. Ecco che davanti all'infinito, che non è nella distanza delle galassie, ma su questo mondo, proprio sotto i nostri occhi, si semplifica, riducendo il campo alle nostre dimensioni. Si vive bene ma lontani dalla realtà. "Bisogna chiamare le cose con il loro nome", sembrano parole sacrosante, ma in realtà le cose non hanno un nome, siamo noi che glielo diamo. Quando si da un nome a una cosa ne entriamo in possesso, diventa come molte altre e perde d'interesse. Per entrare nell'anima delle cose bisogna interpretarle, la metafora può essere uno strumento comparativo che distacca e avvicina allo stesso tempo. L'anima entra nell'anima senza dare nomi, senza definire, allora, solo allora la mente si accorda sulla stessa tonalità armonica di quello che hai davanti, qualcosa che non è la stessa rispetto nient'altro.

 

Verso sera

 

quando l’arsura ha mutato

la terra con pietra,

l’acqua scorre nei solchi,

scioglie le forme dell’aridità

dando sollievo a quelle foglie tristi.

Ma quando tutto è sommerso

un piccolo smeraldo zoppicante

arranca cercando salvezza.

Diserbo

 

Il verde velluto

tinto di giallo sul capo

abbraccia la terra con dolcezza.

 

Le corone radenti,

piccole inezie dei nei di campo,

si aggrappano ai sassi

come trapezisti

a gestione familiare

 

Le stelle rosse,

sprofondate come meteore,

restano anche dopo

averle rimosse.

Il buon cammino

 

Mi sono chiesto perché

non esista importanza

nel chiedersi dove viviamo.

A volte basta guardare

una fila di palme sofferenti

suddite di una statua

che ha perso l’anima.

Case vestite di rassicurante benessere

sfoggiano i segni della solitudine.

 

Meglio aspettare un treno

in una stazione abbandonata

senza sapere che ora è.